Il problema climatico trasformato in mercato di opportunita’

L’emergenza ambientale posta dal cambiamento climatico ha reso paradossalmente possibile la creazione di forum internazionali per dibattere e decidere azioni di risposta al problema. La Convenzione Quadro sul Cambiamaento Climatico delle Nazioni Unite (UNFCCC) redatta nel 1992 divenne effettiva nel 1994, in un ‘clima’ scientifico ancora poco concorde a riconoscere l’impatto dell’azione antropogenica. Tre anni dopo il Protocollo di Kyoto (redatto in realta' nel 1992) entro' in vigore ed inquadro’ in maniera piu’ stringente il problema, individuo’ come chiave l’inventario e il monitoraggio delle emissioni, il livello a cui contenere le emissioni di CO2 (1990 per I paesi industrializzati) e defini’ I settori di intervento prioritari su cui gli stati firmatari si impegnavano a prioritarizzare interventi:

 

-       Miglioramento dell’efficienza energetica in settori rilevanti dell’economia nazionale

-       protezione e miglioramento dei meccanismi di rimozione e di raccolta dei gas ad effetto serra (non inclusi nel Protocollo di Montreal) e promozione di metodi sostenibili di gestione forestale, di imboschimento e di rimboschimento

-       Promozione di forme sostenibili di agricoltura

-       Ricerca, promozione, sviluppo e maggiore utilizzazione di forme energetiche rinnovabili, di tecnologie per la cattura e l’isolamento del biossido di carbonio e di tecnologie avanzate ed innovative compatibili con l’ambiente;

-       Riduzione progressiva, o eliminazione graduale, delle imperfezioni del mercato, degli incentivi fiscali, delle esenzioni tributarie e di sussidi, contrari all’obiettivo della Convenzione, in tutti i settori responsabili di emissioni di gas ad effetto serra, ed applicazione di strumenti di mercato;

-       Incoraggiamento di riforme appropriate nei settori pertinenti, al fine di promuovere politiche e misure che limitino o riducano le emissioni dei gas ad effetto serra non inclusi nel Protocollo di Montreal;

-       Adozione di misure volte a limitare e/o ridurre le emissioni di gas ad effetto serra non inclusi nel Protocollo di Montreal nel settore dei trasporti;

-       Limitazione e/o riduzione delle emissioni di metano attraverso il suo recupero ed utilizzazione nel settore della gestione dei rifiuti, come pure nella produzione, il trasporto e la distribuzione di energia;

Una serie di meccanismi basati sul ‘mercato del carbonio’  sono stati definiti a partire dal trattato, e gestiti da organismi che fanno riferimento al segretariato per la Convenzione Quadro. I meccanismi sono tre:

-       emissions trading / transazione di emissioni

-       clean development mechanism / meccanismi di sviluppo ‘pulito’

-       joint implementation / realizzazione conjunta

Il primo meccanismo si riferisce alla vendita delle quote di emissioni di anidride carbonica non usate rispetto a quelle assegnate dal trattato per ciscuna paese. Tipicamente sono I paesi in via di sviluppo che le vendono ai paesi sviluppati.

Sia il secondo che il terzo meccanismo si riferiscono a progetti approvati di riduzione o sottrazione di emissioni che generano a loro volta crediti di emissioni; il secondo si riferisce a progetti realizzati in paesi in via di sviluppo attraverso scambi di tecnologia con paesi sviluppati, il terzo a progetti in paesi sviluppati. Queste due ultime misure coprono al momento il 12% del mercato internazionale del carbonio.

Nonostante la molteplicita’ delle misure indicate, l’espansione dei meccanismi connessi con il mercato del biossido di carbonio e’ stata piuttosto prominente, e ha – secondo diversi osservatori – definito il tono delle negoziazioni. Ha creato anche la fiducia che la crisi ambientale potesse non comportare una crisi del mercato globale ed economica, ma potesse anzi stimolarne nuove funzioni, come appunto la finanza del carbonio.

L’Unione Europea e’ forte sostenitrice di questo approccio, e stima che in un’ottima architettura il mercato del carbonio possa arrivare a generare fino a 38 miliardi l’anno per interventi di mitigazione nei paesi in via di sviluppo.

Ma I pareri su questo approccio non sono unanimi. Anzi. Da piu’ parti e da piu’ ambiti culturali si sollevano obiezioni all’approccio da ‘vendita di indulgenze’ (secondo un’espressione del saggista George Monbiot): da un lato il livello che dovrebbe stabilire il limite da cui partire per considerare le riduzioni e la vendita di emissioni non e’ oggettivamente valutato ed e’ difficile da monitorare; dall’altro I fondi investiti per la mitigazione in corrispondenza delle azioni vengono ripartitii in molti canali – anche nei broker che si occupano delle transazioni di questo mercato – e solo parzialmente destinati a progetti di riduzione. Inoltre, tali progetti sono talvolta inefficaci, solitamente estremamente ingiusti nell’impatto che provocano sulle popolazioni che se li vedono imporre, e comunque richiedono ulteriore produzione (e dunque impatto ambientale) tecnologica in nome di un miglioramento dell’efficienza energetica dei dispositivi.

 

Il rapporto 2009 della Banca Mondiale sul settore rivela che proprio in Europa gran parte del movimento economico prodotto e’ stato ottenuto attraverso frodi (come il celebre carosello dell’IVA riscossa e non versata), e che comunque spesso le emissioni che sono state vendute derivavano non da una riduzione effettiva di emissioni effettuate che liberavano le virtuali non ancora usate, come nel caso di un miglioramento di tecnologia o per riduzioni strutturali, ma erano invece contingentemente provenienti nella contrazione della domanda a sua volta causata della crisi economica, per cui le emissioni reali sono invece rimaste invariate.

La sintesi delle critiche e’ che in questo modo si propone un’utilizzazione di uno strumento assolutamente inappropriato al problema, che anziche’ ridurre le emissioni genera fondi per la finanza, per ulteriori attivita’ industriale, e per causare disastri sociali.

Inoltre, a partire dal 2008, si e’ inserito nel mercato del carbonio anche la risorsa ‘foresta’, proponendo il principio della legittimita’ della vendita del diritto a usare terra (non tagliando foreste, o riforestando) anche a soggetti esterni allo Stato del territorio interessando, creando cosi’ una esautorazione ‘de facto’ delle popolazioni locali che sul territorio vivono, lavorano e coltivano.

Questo punto e’ forse l’elemento cruciale che definisce le differenze da un lato tra gruppi di governi del nord del pianeta, mondo industriale, e dall’altro popolazioni. Con un’espressione entrata nel linguaggio dei movimenti di giustizia ambientale e sociale di tutto il mondo, si potrebbe sintetizzare la visione del secondo gruppo con: “I soldi non possono comprare l’aria”.

 

 

 

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