“Il pieno che lascia a secco i poveri” il rapporto di Actionaid sui biorcarburanti

Sappiamo bene come per contrastare i cambiamenti climatici, l’Unione europea ha assunto impegni ambiziosi in merito all’utilizzo di fonti rinnovabili. Le Direttive 28/2009/CE (Renewable Energy Directive - RED) e 30/2009/CE (Fuel Quality Directive - FQD) stabiliscono infatti che, entro il 2020, i Paesi membri dovranno sostituire il 20% del consumo di energia proveniente da fonti fossili con fonti rinnovabili. In queste Direttive viene fissato anche un obiettivo specifico che riguarda i trasporti ovvero la diminuzione del 10% dell’uso delle energie non rinnovabili.
Per quanto sia stato fissato anche un sistema di sostenibilità ambientale per la produzione dei biocarburanti, nessun limite è stato fissato in merito agli impatti sociali della loro produzione. L’unico impegno per la Commissione, sarà quindi, entro la fine del 2012,  quello di condurre uno studio sugli impatti sociali e proporre eventuali azioni correttive in relazione alle evidenze emerse.
Questo impegno è rilevante perché l’impiego di biocarburanti sta attirando crescenti critiche sia in relazione alla loro effettiva capacità di garantire la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra - in particolare per quelli di prima generazione, ovvero ricavati a partire da materie prime agricole alimentari1 – sia per l’impatto sulla sicurezza alimentare, l’accesso alla terra e alle risorse naturali nei Paesi poveri. Il tema è molto delicato e spinoso infatti l’UE rischia di ottenere il risultato contrario con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra ricorrendo ai biocarburanti, finendo per causare un livello di emissioni addizionali stimato nell’ordine dei 27-56 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti per anno, ovvero il 6% del totale delle emissioni nei trasporti nel 2007.
Inoltre i biocarburanti sono inoltre la principale causa dell’aumento degli investimenti per l’acquisizione di ampie estensioni di terra e svolgono un ruolo centrale nel determinare la crisi dei prezzi del 2007- 2008, crisi che ha portato il numero di affamati nel mondo a superare il miliardo di persone. L’Unione europea, oltre ad essere uno dei principali produttori e consumatori di biocombustibili a livello mondiale, è anche uno dei protagonisti su scala globale dell’accaparramento di terre nei Paesi in via di sviluppo.
Queste sono le premesse del rapporto pubblicato da ActionAid a giugno 2012 dal titolo:” Il pieno che lascia a secco i poveri”. L’associazione ha compiuto un lavoro di mappatura delle imprese italiane presenti in Senegal e ha deciso di realizzare due casi studio per analizzare gli impatti sulla sicurezza alimentare e l’accesso alla terra della comunità locali che provocano questo tipo di investimenti. Il primo, quello della Tozzi Renewable Energy SpA (TRE), prevedeva la produzione di jatropha su 50.000 ettari nella regione di Tambacounda. Il secondo quello della Tampieri Financial Group, aveva come obiettivo la produzione di semi di girasole e etanolo nella regione del Podor su una superficie di 20.000 ettari. Entrambi gli investimenti non sono andati a buon fine ma hanno tuttavia prodotto degli impatti negativi sulle comunità locali che evidenziano la necessità che l’Unione europea si doti di criteri di sostenibilità sociali vincolanti ed efficaci nella propria politica di sostegno alla produzione ed al consumo di biocombustibili. Entrambi gli investimenti non sono andati a buon fine ma hanno tuttavia prodotto degli impatti negativi sulle comunità locali. Come vedremo, questi investimenti hanno evidenziato forti limiti sia dal punto di vista del progetto agricolo (produzione intensiva su grandi superfici per l’esportazione) sia del processo attraverso il quale l’azienda investe sul territorio ed acquisisce la terra necessaria (consultazione inadeguata ed affitti di lungo termine che tolgono il controllo della terra alle comunità locali destinandola ad altri scopi diversi da quello prioritario di produzione per il consumo locale).
Con il supporto dei colleghi di ActionAid Senegal è la sede italiana ha completato una mappatura delle imprese italiane che hanno deciso di sviluppare business prevalentemente nella produzione di jatropha. A partire dal 2008 almeno sei imprese italiane hanno cercato di investire in terra in Senegal con l’obiettivo di produrre materia prima agricola per biocombustibili su una superficie complessiva di 145000 ettari, ovvero il 3,8% del totale della superficie agricola coltivabile del Paese (3,8 milioni di ettari, di cui però 2,5 milioni sono già utilizzati). Si tratta di una superficie equivalente a poco meno dell’intera Provincia di Milano.
Di seguito il link per poter leggere il rapporto “Il pieno che lascia a secco i poveri”  http://www.actionaid.it/filemanager/cms_actionaid/images/DOWNLOAD/Rapporti_CIBO_pdf/Il_pieno_che_lascia_a_secco_i_poveri_2012.pdf

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